gli affari del clan dei Cursoti Milanesi

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Sono 24 le ordinanze di custodia cautelare, di cui 20 in carcere, eseguite questa mattina da agenti della polizia di Stato coordinati dalla locale direzione antimafia distrettuale. Dall’attività investigativa svoltasi tra novembre 2018 e settembre 2019 è nata l’operazione antimafia denominata “Zeus” per via dei rapporti di parentela tra gli indagati. Protagonista è il clan mafioso dei Cursoti Milanesi, attivo nella zona di San Berillo Nuovo di ​il capoluogo dell’Etna, anche se alcuni soggetti sono compresi nei Cappello-Bonaccorsi. Le indagini hanno permesso di ricostruire gli attuali responsabili dell’associazione mafiosa, il cui capo sarebbe stato individuato in Carmelo Distefano, assistito da Natale Gurreri e Giuseppe Pierà, parente di Rosario Pierà, morto nel 2020. l’organizzazione, alla quale i vertici avevano affidato compiti esecutivi, come la gestione delle varie “piazze della droga” nel quartiere San Berillo Nuovo o la riscossione delle estorsioni.

Le faide per il controllo del quartiere San Berillo Nuovo

Grazie anche alle dichiarazioni di quattro pm, è emerso un quadro chiaro delle dinamiche criminali all’interno del clan mafioso dei Cursoti Milanesi, che è tornato ad esercitare il pieno controllo criminale su tutto il quartiere San Berillo Nuovo, comprese quelle parti del quartiere che erano passati sotto il clan Cappello-Bonaccorsi nel recente passato, come la zona di Corso Indipendenza. La ricerca ha incluso entrambe le frange storicamente parte del clan dei Cursoti Milanesi: il gruppo guidato dai fratelli Francesco e Carmelo Di Stefano, figli dello storico capoclan Gaetano, detto “Tano sventra”, e il gruppo riconducibile alla scrittura è a Rosario Pierà , detto “u furasteri”, quest’ultimo poi deceduto nel 2020. L’inchiesta ha portato a diversi momenti di fibrillazione interna al clan dopo l’ascesa criminale di Carmelo Di Stefano contro lo storico gruppo guidato da Pierà, sfociata in una serie di sparatorie . Nicola Christian Parisi, detto “u scinziatu”, agendo sotto l’egida dell’anziano Pierà, detto “u furasteri”, si opporrebbe a sua volta ai Di Stefano per il controllo dell’organizzazione e delle “piazze di traffico” del quartiere di San Berillo Nuovo.

In questo contesto, il tentato omicidio del cognato di Parisi, Giuseppe La Placa, detto “u scargiatu”, è avvenuto quattro anni fa nel quartiere di San Berillo Nuovo a seguito di contrasti sorti dopo il presunto ritorno di quest’ultimo al clan Cursoti Milanesi-, sarebbe maturato dopo essere passato per il clan Cappello-Bonaccorsi. Quando Carmelo Distefano è uscito di prigione nel 2018, sarebbe poi riuscito a unire le due fazioni familiari sotto la sua guida.

A tal proposito sono stati documentati diversi “vertici mafiosi” tra esponenti del clan dei Cursoti Milanesi e esponenti di alto rango del clan Cappello-Bonaccorsi, volti a mediare alcuni dei conflitti economici sorti tra le due famiglie. Le indagini hanno consentito di delineare le condotte illecite attribuite ad alcuni storici esponenti della cosca mafiosa Cappello-Bonaccorsi, quali Carmelo Fazio, detto “Melo biduni” e Camelo Zappalà, detto “u tunnacchiu”, che sarebbero entrati in contatto con Distefano e altri esponenti di spicco del clan milanese dei Cursoti.

L’asse Catania-Campania per la cocaina

L’inchiesta ha rivelato il monopolio esercitato dal clan dei Cursoti Milanesi nelle numerose piazze di narcotraffico del quartiere San Berillo Nuovo, i cui gestori sarebbero stati costretti a rifornirsi di cocaina e marijuana da Carmelo Distefano. Questa volta il traffico di cocaina bloccato, come ha spiegato il capo della squadra mobile, Antonio Sfameni, è quello dell’asse Catania-Campania, a differenza di altri canali intercettati sulla tratta Catania-Calabria, all’interno dei quali il ruolo dell’indagato Lorenzo Cristian Monaco e Luigi Scuderi, affiliati al clan Cappello-Bonaccorsi, che avrebbero agito come spacciatori di cocaina in una joint venture con il clan camorrista di Caivano.

Armi ed estorsioni

L’inchiesta ha anche fatto luce su un episodio di estorsione perpetrato ai danni del titolare di un parcheggio nel quartiere San Berillo Nuovo, costretto negli anni a versare diverse somme di denaro a successivi esattori del clan, e su una tentata estorsione di almeno svantaggio di un imprenditore locale. Il gruppo criminale era dotato di armi da fuoco per presidiare il proprio territorio e difendere le proprie attività criminali da possibili interferenze di gruppi mafiosi rivali, garantendo il supporto militare necessario per fronteggiare i malvagi cittadini dell’altro gruppo. Nel corso dell’attività sono state sequestrate alcune delle armi in dotazione all’organizzazione criminale, tra cui un mitra AK 47 (completo di una confezione da 50 colpi calibro 7,62×39), due pistole e un fucile a pompa.

In definitiva, dall’inchiesta è emerso che parte del ricavato, 50.000 euro al mese dalle piazze, era destinato al mantenimento degli affiliati detenuti e delle loro famiglie di cui si erano presi cura i capi clan. Non solo: era diventata consuetudine per le famiglie mafiose più rappresentative del panorama catanese allestire bische clandestine con investimenti comuni e destinare i proventi illeciti al mantenimento dei detenuti di rango più elevato.

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