I paninari di San Babila e i «china» con l’eskimo: quella Milano di mode, passioni e lotte politiche

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da Matteo Speroni

L’imminente chiusura del McDonald’s di piazza San Babila, il primo Burghy d’Italia ad aprire nel 1981, accende le storie della città tra neofascisti e “compagni”

Nel film di Carlo Lizzani «San Babila a 20 anni: un delitto inutile», del 1976, il luogo di ritrovo dei neofascisti è il tramonto Piazza San Babila. Non c’è mai stato un bar con quel nome in quella piazza, ma i ragazzi dell’estrema destra si riunivano proprio «a San Babila», come si dice a Milano, al bar Ginrosa, e non a caso si chiamavano «sanbabilini » chiamato. ». Tempi duri e violenti, gli anni ’70che hanno lasciato la storia non solo con idee e idealismi opposti, ma morti e feriti. A quei tempi non si poteva passare «a San Babila» in parka, simbolo della sinistra, mentre la vicina area dell’Università Statale (via Festa del Perdono, piazza Santo Stefano e dintorni) apparteneva ai «compagni». Territori, vestiti, identità, pestaggi o peggio.

Gli anni passano, gli anni settanta lasciano il posto agli anni ottanta. Uno strano decennio che, come in un cocktail ancora da perfezionare (il “Milan da bere” ne è il simbolo), stempera le contraddizioni, anche cruente, estremismi in una miscela di confronto metropolitano tra squadre, sempre con divise diverse, ma più concilianti , intorpidito dalle disillusioni della politica e dall’incipiente “edonismo reaganiano”.

La maggior parte proviene dagli Stati Uniti la moda abbracciata dai paninaricon giubbotti “bomber” o di jeans con dentro la pelliccia, scarpe “Timberland”, pantaloni “americanino” (italiano, ma bastava il nome). A sinistra gli eschimesi lasciano il posto ad altri “manifesti”, come i caban, quelli azzurri con bottoni dorati e i «saffi» (sciarpe indiane). E come sorpresa da un cilindro, i vecchi “compagni” svaniscono e diventano “paninari”: una storia tutta italiana, anche milanese, che non ha niente a che fare con gli Stati Uniti o altri posti del mondo. Ascoltano i Duran Duran, i paninari, ma il leader Simon Le Bon, quando ne sente parlare, si stupisce e cerca di capire perché. I paninari scelgono come sede il bar «Al panino» di via San Paolo (da qui il nome) e il Burghy di corso Europa all’angolo con via Durini. Moto Zündapp, Laverda o Vespe Px parcheggiate davanti a quegli spazi (citare i marchi è inevitabile perché fa parte della cronaca dell’epoca).

Milano da bere, appunto, in cui si fa gruppo tra pari e la differenza la fa anche dove si beve. I paninari nei loro luoghi identitari, quelli di sinistra (i “cinesi” o “china”, come li chiamavano i paninari) in centri sociali o circoli. In quegli anni paninari e “compagni” vivevano chiaramente insieme nelle stesse scuole, anche se molti dei primi frequentavano istituti privati. Tuttavia, quando si incontrano faccia a faccia in pubblico, la rissa di solito finisce con una discussione e possono quindi condividere un drink in “zone franche” come le birrerie di quartiere.

E poi ci sono luoghi di vacanza: «Santa» (Santa Margherita Ligure) o «Curma» (Courmayeur), per i panini. I compagni non hanno mete di svago specifiche (a parte qualche posto di “freaks” – hippy – sparsi qua e là). A volte si incontrano – “paninari” e “cinesi” – in giro per mari e monti. E intanto gli anni passano. Fino ad oggi quando, nel bene e nel male, tutti ricordano quel Burghy «a San Babila» (“Poi è diventato McDonald’s, vero?”. “Dai, sta chiudendo?”).

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30 novembre 2022

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